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mAledetto racconta il lato più cieco della dipendenza affettiva nel nuovo singolo “Il peggio di me”

Posted on June 29, 2026 by admin

«Ho visto l’apice del mondo
per conoscere il senso di una vita
spesa solo ricercando un consenso
».

Consenso. Una parola che oggi sembra appartenere soprattutto alla nostra dimensione pubblica, quella dei social, delle metriche dell’approvazione, della necessità continua di piacere, essere guardati, confermati, riconosciuti. Una parola che misura reputazioni, orienta comportamenti, decide spesso il valore percepito di ciò che siamo prima ancora di ciò che facciamo.

Ma il consenso non vive soltanto nello spazio visibile delle piattaforme. Esiste una sua forma più intima e privata, molto più difficile da disinnescare: quella che cerchiamo nei legami che ci consumano, nelle persone sbagliate a cui continuiamo a credere, negli sguardi che diventano misura del nostro valore, nelle dinamiche da cui non riusciamo a uscire perché perderle significherebbe affrontare il vuoto che lasciano.

Quelle dinamiche che alimentano il bisogno di essere scelti, anche quando esserlo non significa più essere amati, ma restare agganciati a qualcuno che continua a decidere il nostro equilibrio; quando una minima conferma basta a rimandare la resa dei conti; quando si resta dove si sta male perché, per qualche istante, sentirsi ancora importanti per qualcuno sembra meno doloroso che tornare a fare i conti con sé stessi. Quelle dinamiche che ci conducono, inevitabilmente, ad una domanda: perché continuiamo a cercare approvazione proprio da chi ci fa male?

In “Il peggio di me”, nuovo singolo di mAledetto, progetto artistico del cantautore romano Alessandro Marchese, edito da Troppo Records, quella domanda, anziché essere spiegata, viene raccontata dall’interno, dall’esatto momento in cui si riconosce di aver dato troppo potere a una conferma sbagliata.

«Ho visto l’apice del mondo per conoscere il senso di una vita spesa solo ricercando un consenso» è il bilancio di chi ha cercato valore dove non poteva trovarlo, affidando il proprio bilanciamento e la propria stabilità a una persona capace di farlo restare anche quando restare significava continuare a farsi male.

Da qui il brano non procede dalla parte di chi non aveva capito, ma da quella, più difficile da ammettere a sé stessi, di chi aveva intuito abbastanza e ha continuato lo stesso. Perché certe parole, quando arrivano dalla persona da cui dipendiamo, non devono nemmeno essere vere: basta che arrivino nel momento in cui siamo disposti a crederci.

E perché «Ci fidiamo troppo spesso di persone a cui crediamo perché non vogliamo stare male», in una fiducia che non è una scelta pulita, né un atto nobile, ma una difesa, una corazza. Crediamo per non crollare, restiamo per non perdere l’ultima conferma disponibile, rimandiamo la verità perché affrontarla significherebbe riconoscere di essere rimasti troppo a lungo nel posto sbagliato.

“Il peggio di me” che dà il titolo al pezzo trova senso proprio nell’impossibilità di parlare senza perdere il controllo. «Se parlo tiro fuori il meglio del peggio di me» non è un verso scritto per suonare efficace, ma quello in cui il brano mostra cosa accade quando il silenzio è durato troppo e parlare non serve più a sistemare le cose. Dire le cose, qui, non significa infatti chiarire, liberarsi, rimettere ordine. Significa, piuttosto, lasciar fluire, far sfogare tutto insieme: rabbia, orgoglio, stanchezza, bisogno, frasi ed emozioni rimaste troppo a lungo senza voce e senza posto.

Per questo il ritornello sceglie quel «rimaniamo soli a bere qualcosa». Un bicchiere, una pausa, un discorso che potrebbe finalmente arrivare al dunque e invece resta poco prima della verità. Non sempre si evita un confronto fuggendo. A volte si resta seduti, si parla d’altro, si prende tempo, si lascia la parte più importante fuori dalla conversazione. In un «nascondiamo la vita» che non è un’omissione qualunque, né un dettaglio taciuto per paura, ma l’esistenza stessa che resta fuori campo. E con lei, tutto quello che si prova, quello che si sa già, quello che si continua a non dire perché dirlo obbligherebbe a scegliere. Un silenzio che non protegge più nessuno, ma permette soltanto di rimandare una decisione.

A rendere ancora più stretto quel silenzio c’è la paura del giudizio, che nel brano attraversa ogni esitazione. Parlare significherebbe esporsi allo sguardo dell’altro proprio nella parte meno difendibile: quella che ha creduto troppo, aspettato troppo, sbagliato strada pur sapendo di farlo. Non è soltanto il timore di perdere qualcuno; è la paura di vedersi restituita un’immagine di sé più fragile e meno composta, un’immagine più difficile da sostenere. Per questo la verità resta sulla soglia della frase: perché dirla vorrebbe dire accettare anche il modo in cui verrà guardata.

La seconda parte del testo sposta lo sguardo su un’altra forma di resa, quella verso i propri desideri. «Saremmo in grado di campare dietro alle emozioni, ma grazie a Dio che un giorno ci ha lasciato le illusioni»: le illusioni, nel brano, non vengono trattate come un errore ingenuo da correggere, ma come un riparo provvisorio, a volte necessario, quando guardare la realtà senza filtri sarebbe troppo.

Subito dopo, con «Viviamo di paranoie accoltellando i sogni, facciamo tutto per riuscire a chiamarli bisogni», l’artista allarga il discorso oltre il legame sentimentale e tocca qualcosa che ha a che fare con il modo in cui molte persone imparano a ridurre ciò che desiderano prima ancora che qualcuno lo neghi. Un sogno diventa ingombro, una paura prende la forma della prudenza, una rinuncia viene presentata come scelta adulta pur di non chiamarla sconfitta.

Anche per questo “Il peggio di me” non si configura come uno sfogo rabbioso, ma come il tentativo di ricostruire tutto ciò che si accumula quando non si riesce a dire la verità in tempo. La produzione di Lorenzo Mazzia, che firma anche mix e master presso music.it, segue questa direzione, lasciando che la voce di mAledetto resti protagonista.

Resta un bicchiere sul tavolo, una frase taciuta, una verità che non trova ancora il coraggio di uscire. “Il peggio di me” non è rottura né accusa, e nemmeno liberazione, ma quell’istante in cui si è già capito tutto e si resta comunque. Perché a volte non è l’amore a tenerci fermi, ma il bisogno di essere ancora scelti dalla persona che ci sta facendo male.

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